Blackout misteriosi, inflazione alle stelle e rivolta dei dragoni: ecco dove può partire una nuova crisi economica

Scritto il 09/07/2026
da Federico Giuliani

L'Indonesia affronta una grave crisi economica e finanziaria che, tra fuga di capitali, instabilità politica e blackout, potrebbe avere ripercussioni regionali e globali

Mentre tutti sono concentrati sulle tensioni in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran dall'altra parte del mondo, a migliaia di chilometri di distanza dallo Stretto di Hormuz, è in corso un terremoto economico che potrebbe innescare una preoccupante crisi globale. L'epicentro della scossa coincide con l'Indonesia, la più grande economia del Sud Est Asiatico e quarta nazione più popolosa del mondo con oltre 280 milioni di abitanti. Negli ambienti finanziari di Jakarta c'è un clima tesissimo che a qualcuno ricorda il periodo antecedente la famigerata crisi asiatica del 1997. All'epoca il rafforzamento del dollaro aumentò il peso del debito estero indonesiano (denominato in dollari) e contribuì alla forte svalutazione della rupia, innescando una crisi finanziaria e bancaria, il crollo degli investimenti esteri, il fallimento di numerose imprese e una forte recessione accompagnata da un'impennata dell'inflazione. Oggi lo scenario è abbastanza diverso, anche se alcune conseguenze nefaste degli anni '90 sono tornate a spaventare la leadership di un Paese connesso con il resto del continente. Con in sottofondo il rischio di un possibile contagio.

Indonesia: l'epicentro di una nuova crisi economica globale?

Per capire il nervosismo degli investitori internazionali bisogna parlare di Prabowo Subianto. Da quando, nel 2024, è diventato presidente dell'Indonesia, le condizioni finanziarie di Jakarta sono peggiorate in maniera drastica. La rupia ha perso il 14% del suo valore, l'indice composito di Jakarta è crollato di oltre il 26% mentre la bilancia dei pagamenti è passata da un surplus a un deficit di 9 miliardi di dollari.

Le politiche fiscali e monetarie del governo, che hanno compreso drastici tagli al bilancio e iniezioni di liquidità in un sistema bancario già saturo, hanno indebolito la fiducia degli investitori e reso l'economia nazionale vulnerabile.

Il costo della vita è intanto aumentato a causa dell'impennata dei prezzi dell’energia: un altro problema enorme per uno Stato che importa circa il 20-25% del petrolio dallo Stretto di Hormuz e altrettanto dall'Africa. L'inflazione ha invece raggiunto il 3,34%: il massimo degli ultimi tre anni.

Rischio declassamento

Quanto sta accadendo, al netto di un evidente malumore nella popolazione, dovrebbe preoccupare il governo indonesiano. Già, perché gli investitori stranieri sono impegnati a vendere azioni, obbligazioni e valuta locale in una delle più grandi liquidazioni di asset degli ultimi decenni, mettendo di fatto in discussione le politiche populiste della leadership al potere.

I dati raccolti dal Financial Times sono emblematici: dall'inizio del 2026 i suddetti investitori stranieri si sono disfatti di azioni per un valore totale di 3,9 miliardi di dollari, la maggiore ondata di vendite dal 1996. Questo, a sua volta, ha fatto crollare del 32% dell'indice azionario di riferimento indonesiano, nel momento in cui scriviamo il mercato azionario con la peggiore performance del pianeta. La rupia indonesiana è finita al di sotto dei livelli registrati durante la crisi finanziaria asiatica di fine anni '90.

Non è finita qui perché MSCI, la società finanziaria che elabora indici azionari globali e classifica i mercati finanziari dei vari Paesi, nei prossimi mesi deciderà se declassare Jakarta a "mercato di frontiera" o se mantenerla come mercato emergente. Piccolo problema: se dovesse passare il declassamento, fino a 13 miliardi di dollari potrebbero salutare Jakarta...

La rivolta dei draghi

Pare che nei mesi scorsi Prabowo abbia convocato alcuni dei più importanti magnati del Paese nella sua residenza privata per chiedere il loro aiuto nello sviluppo industriale e nella creazione di posti di lavoro. Il presidentissimo avrebbe esortato i paperoni, o meglio i dragoni (i nove più ricchi sono tutti di etnia cinese) a condividere le proprie ricchezze e a fare di più per ridurre le disuguaglianze nel Paese. Per la cronaca: tra i draghi spiccano i fratelli Hartono, Robert e Michael, i proprietari della squadra di calcio italiana del Como, con un patrimonio complessivo stimato superiore ai 43 miliardi di dollari.

Ci sono però due aspetti da considerare. Il primo: in Indonesia la ricchezza è concentrata nelle mani di poche famiglie che controllano i settori più strategici – da quello minerario all'immobiliare - attraverso enormi conglomerati. Il secondo: qualsiasi attacco governativo contro di loro rischia di danneggiare l'intero Paese e generare pericolose ritorsioni.

Blackout misteriosi

La ciliegina sulla torta chiama in causa la tempesta di blackout che sta colpendo l'intera Indonesia. Ma per quale motivo, come ha fatto notare Foreign Policy, uno dei maggiori produttori di carbone al mondo non riesce a garantire l'erogazione di energia elettrica? Perché c'è carenza di carbone per colpa della scellerata gestione governativa.

Le ripercussioni economiche sono gravi. Le prime stime parlano di perdite provocate dai blackout comprese tra i 173 milioni e i 562 milioni di dollari. Soltanto un anno fa in Indonesia si sono verificati i peggiori disordini dal 1998 a causa dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Qualche “manina straniera” potrebbe approfittarne per spingere ulteriormente Jakarta all’angolo. Non mancano, infatti, gli eventuali detrattori mascherati dell’Indonesia: dagli Stati Uniti, stanchi del pragmatismo di Prabowo e dei suoi flirt con le nazioni non allineate, alla Cina, che non è fin qui riuscita a sottomettere il governo indonesiano sul fronte delle Terre Rare e dei minerali.

Lo scenario è ora tornato instabile. Oltre ai blackout, i prezzi di cibo e carburante sono di nuovo in aumento. Gli studenti sono già scesi in piazza per protestare contro la cattiva gestione economica del governo, mentre gli investitori internazionali meditano la fuga. Con il rischio che da qui possa dipanarsi una crisi regionale - se non internazionale - abbastanza delicata. L'effetto domino fa paura.