Il precedente è senza dubbio disastroso. L’intervento Usa scattato lo scorso 28 febbraio non è stato solo illegittimo e inutile, ma anche dannoso. E il tentativo di risolvere il problema con un negoziato improvvisato e mal condotto è stato anche peggiore. Lo dimostrano gli attacchi iraniani alle navi in transito di Hormuz seguiti, martedì notte dalla rappresaglia Usa e dalla risposta contro le basi americane nel Golfo. Del resto cosa ci si può attendere da un Memorandum d’Intesa che al punto 6 garantisce il libero passaggio nelle acque di Hormuz per soli 60 giorni mentre concede all’Iran di fissare - assieme all’Oman - le successive procedure di passaggio? Ora però l’Amministrazione Trump ha non solo il dovere politico di rimediare agli errori commessi, ma anche la possibilità di farlo con il consenso internazionale.
La strada è inevitabilmente quella di una nuova operazione militare. Ma quell’operazione non può dipendere né delle elezioni di Midterm, né dal prezzo della benzina. Deve invece puntare a cancellare gli errori commessi sul piano militare e negoziale dal 28 febbraio in avanti. A Hormuz sono in ballo la libertà di navigazione e i commerci internazionali.
Non imporne la riapertura significa regalare a Teheran il controllo di uno Stretto da cui passa il 20 per cento del greggio mondiale e buona parte dei fertilizzanti indispensabili a garantire gli approvvigionamenti alimentari di Asia e Africa.
Ma non solo. Lasciare le cose come stanno significa anche far carne di porco di una Convenzione Onu fondamentale per garantire l’ordine internazionale e le rotte commerciali. Gli articoli 34 e 35 della Convenzione di Montego Bay - vera Bibbia della libertà di navigazione - prevedono che il transito attraverso «stretti affacciati sul mare aperto» sia libero e indipendente dalle leggi o dalle disposizioni dei paesi rivieraschi. Due articoli scritti a pensando proprio a passaggi cruciali come Hormuz, Malacca o Gibilterra. Dunque un intervento militare Usa per riaprire Hormuz risponderebbe appieno alla necessità di difendere la libertà di navigazione e la Convenzione Onu. E se anche la sua legittimità non fosse ratificata da un voto del Consiglio di Sicurezza, inficiato dai veti di Cina e Russia, l’Amministrazione Trump potrebbe cercare legittimità e sostegno esponendo il piano d’intervento al Consiglio Supremo della Nato. Un intervento che Italia e alleati europei tutti firmatari della carta di Montego Bay - ben difficilmente potrebbero considerare illegittimo.
Certo, in caso di operazione concordata a livello Nato si porrebbe il problema del concorso militare offerto da ciascuna nazione. L’Alleanza Atlantica prevede però diversi livelli di impegno. I paesi europei potrebbero mantenere quello sullo sminamento dello Stretto e, magari, offrire maggiore flessibilità sull’uso delle basi. Dal punto di vista politico però un intervento in difesa della libertà di navigazione difficilmente potrebbe scontrarsi con l’opposizione degli europei. Anche perché sono i primi a subire le conseguenze economiche e finanziarie del blocco. Conseguenze pesantissime se è vero che in una dichiarazione del 26 aprile scorso la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen le stimò in 500 milioni di euro al giorno solo in campo energetico. Da allora sono passati 74 giorni durante i quali se le previsioni della von der Leyen erano giuste l’Ue ha visto andar in fumo oltre 35 miliardi.