C’è una domanda che a sinistra nessuno sembra avere troppa voglia di farsi. Ed è anche comprensibile. Ecco allora Fratelli d’Italia, con la brutalità politica delle provocazioni riuscite: che cosa sarebbe successo se Valter Lavitola fosse stato amico non di Sigfrido Ranucci, ma di un giornalista di destra? Domanda semplice, quasi elementare. E proprio per questo scomodissima.
Proviamo a immaginare la scena. Lavitola amico del direttore Tommaso Cerno, di Nicola Porro, di Alessandro Sallusti, di Vittorio Feltri. O ancora di Daniele Capezzone, Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio, Pietro Senaldi. Sarebbe bastata una foto a cena, una telefonata, uno scambio di messaggi su Whatsapp, persino una confidenza: il plotone d’esecuzione morale già partito. Titoli indignati, editoriali a raffica, appelli alla Rai, interrogazioni parlamentari, richieste di sospensione, campagne social, processi in prima serata. Altro che garantismo.
Invece il caso riguarda Ranucci, deus ex machina di Report. E allora improvvisamente la prudenza garantista torna di moda. Le frequentazioni diventano “rapporti professionali”, mentre cene diventano “fonti”. L’amicizia - parola che in altri casi basterebbe per montare un tribunale mediatico - qui diventa un dettaglio da maneggiare con cura. Sia chiaro: Ranucci non è indagato. Non gli si contesta alcun reato e nessuno, a destra, dovrebbe cadere nello stesso vizio che rimprovera alla sinistra: trasformare un rapporto personale in una condanna politica. Ma il punto non è giudiziario. Il punto è il doppiopesismo.
Lavitola è finito nell’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Ranucci ed è indicato dagli inquirenti come presunto mandante, mentre le indagini sul movente sono ancora in corso. Ranucci, dal canto suo, si è detto “sconcertato” e ha definito Lavitola un amico, spiegando di sentirlo spesso e di non aver mai nascosto quel rapporto. Ed è qui che la vicenda diventa politica. Perché se la categoria dell’amicizia viene usata come randello contro alcuni e come scudo per altri, siamo nel campo dell’appartenenza.
La stoccata di FdI è feroce: “La sinistra sarebbe scesa in piazza chiedendone la loro sospensione ed esponendoli alla gogna mediatica. Esistono due categorie di giornalisti: quelli dalla loro parte, da difendere sempre, e tutti gli altri, da mettere a tacere”. Un affondo che colpisce il nervo scoperto del dibattito: il giornalista è libero, autonomo, intoccabile solo finché sta dalla parte giusta della barricata. Se invece non appartiene al campo progressista, non fa parte dei soliti house organ, basta un sospetto laterale per pretendere abiure, epurazioni e silenziamento.
A rendere il quadro ancora più imbarazzante è arrivato Ignazio La Russa. Il presidente del Senato, su X, ha postato il “Caffè” di Massimo Gramellini, in cui il giornalista osserva che “essere amici di un Lavitola non è reato, però è strano. È strano se sei un Ranucci, intendo”. E ancora: "Sarà vero che 'la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti'. Ma una cosa è conoscerli, un'altra è andarci regolarmente a cena". Perentorio il commento di La Russa: “Una tantum… concordo”.
Una tantum… concordo. pic.twitter.com/gUNaMm5KYV
— Ignazio La Russa (@Ignazio_LaRussa) July 9, 2026
E allora la domanda resta lì: quale sarebbe stata la reazione della sinistra con Cerno o Porro al posto di Ranucci? Perché l’amicizia in sé non è un reato, frequentare una fonte può far parte del mestiere, parlare con persone discutibili può essere necessario per chi fa inchieste. Ma questo vale sempre. Non solo quando il giornalista in questione piace alla sinistra. Vale per Ranucci come dovrebbe valere per qualsiasi altro giornalista. Vale per Report come dovrebbe valere per Rete 4. Vale per chi conduce un’inchiesta sulla destra e per chi ne conduce una sulla sinistra. Se il principio è serio, non cambia a seconda della tessera morale assegnata dal progressismo militante.
Il problema, invece, è proprio questo: in Italia esiste una patente di agibilità democratica distribuita a senso unico. Alcuni giornalisti possono sbagliare, spiegare, chiarire, essere contestualizzati. Altri devono solo tacere. Alcuni vengono difesi senza se e senza ma. Altri finiscono nel tritacarne prima ancora che si capisca di che cosa si stia parlando. Ecco perché la provocazione di Fratelli d’Italia funziona. Non perché trasformi un’amicizia in una colpa. Ma perché costringe la sinistra a guardarsi allo specchio. E lo specchio restituisce un’immagine poco edificante.