Addio a Rolland, l’enologo che ha cambiato il vino

Scritto il 21/03/2026
da Andrea Cuomo

Scomparso a 78 anni per un infarto l’uomo che più ha diviso il settore, tra chi lo ammirava per aver alzato una volta per tutte gli standard produttivi e chi lo accusava di iper-commercializzazione e di aver contribuito all’omologazione del gusto. Resta la storia avvincente di un uomo che, partendo dalla sua Bordeaux, è arrivato a seguire 150 cantine in tutto il mondo, Italia compresa

La notizia è arrivata nella notte, da Sud Ouest: l’enologo Michel Rolland, il più influente della sua epoca, è morto tra il 19 e il 20 marzo a Bordeaux, stroncato da un infarto. Aveva 78 anni. Con lui si chiude un capitolo decisivo della storia recente del vino, scritto tra rivoluzioni stilistiche, viaggi intercontinentali e un’idea di enologia che ha fatto scuola, nel bene e nel male.

Nato a Libourne il 24 dicembre 1947 da una famiglia di viticoltori, Rolland si era formato all’Istituto di enologia di Bordeaux e aveva mosso i primi passi nella professione che avrebbe contribuito a rivoluzionare nel 1973. La svolta era arrivata poco dopo, quando assieme alla moglie Dany aveva fondato un laboratorio di analisi destinato a diventare molto più di un supporto tecnico: divenne presto il centro operativo di una consulenza globale al quale anche molte cantine non seguite direttamente da Rolland tuttora si appoggiano.

A partire dagli anni Ottanta il suo nome è uscito dai confini del Bordolese e si è imposto come marchio riconoscibile, capace di ridefinire il ruolo stesso dell’enologo. È in quegli anni che ha preso forma la figura del “flying winemaker”, di cui Rolland divenne il prototipo. Dalla California all’Argentina, passando per Cile, India e Italia, la sua agenda si riempì di cantine e progetti: oltre 150 tenute in 14 Paesi, a cui si aggiunsero centinaia di aziende che si affidano al laboratorio Rolland & Associés di Pomerol. Un modello che suscitò entusiasmo e diffidenza, ammirazione e critiche, come spesso accade a chi sposta gli equilibri.

Già, perché pochi personaggi nel mondo del vino sono stati più divisivi di Rolland: da un lato un nome in grado di fare la fortuna di un marchio, un uomo competente, appassionato, instancabile, in grado di alzare l’asticella della qualità media dei vini, soprattutto nel suo Bordeaux, e di imporre standard più elevati a livello produttivo, igienico, commerciale. Dall’altro lato un demonio dedito esclusivamente all’aspetto commerciale e poco attento al terroir e all’autenticità del prodotto finale, criticato per ciò soprattutto dai fan dei vini naturali, biologici, comunque alternativi, in ogni caso a loro dire “veri”.

Da un punto di vista prettamente stilistico a Rolland e al suo team – tra cui Jean-Philippe Fort, Mikaël Laizet e Julien Viaud – si attribuisce una crescente attenzione alla maturità delle uve e a uno stile più rotondo, concentrato, immediatamente leggibile. Un’impronta che ha contribuito a uniformare il gusto globale, secondo i suoi detrattori, e a elevarne la qualità media, secondo i suoi ammiratori.

L’influenza di Rolland nasce sulla riva destra di Bordeaux, dove è stato comproprietario dello Château Le Bon Pasteur a Pomerol, poi ceduto, e di Fontenil a Fronsac. In Italia il suo nome si intreccia con alcune delle esperienze più rilevanti degli ultimi decenni: dalle collaborazioni con Lodovico Antinori per Ornellaia, Masseto e poi Biserno, fino ai progetti più recenti, senza dimenticare l’Umbria di Marco Caprai e il Sagrantino di Montefalco. Un lavoro capillare, spesso dietro le quinte, che ha lasciato il segno anche sul vitigno Italia.

Lo stesso Caprai lo ricorda come “colui che ha creato il vino moderno”, affiancandolo idealmente a Robert Parker, l’uomo del sistema dei 100 punti: insieme, a partire dagli anni Settanta, avrebbero inciso sul gusto globale più di chiunque altro. Più sintetico, e forse più efficace, il commento di Antinori: “Un monumento dell’enologia mondiale”.

Rolland, dal canto suo, non si è mai sottratto alle polemiche. Anzi, le ha spesso alimentate con una certa ironia, come nel libro “Il Guru del Vino”, giocando proprio sul soprannome che gli era stato affibbiato. Amava il vino, certo, ma anche ciò che gli girava intorno: il piacere, la curiosità, una certa idea di qualità come esperienza totale.

Resta un’eredità difficile da misurare. Di sicuro, nel corso di oltre cinquant’anni di carriera, Rolland ha contribuito a trasformare il vino in un linguaggio globale, rendendolo più accessibile e, insieme, più codificato. Che lo si consideri un innovatore o un normalizzatore, poco cambia: il segno è profondo, e difficilmente replicabile.