Sedici anni di carcere per aver abbandonato un bracciante indiano davanti casa, con un braccio tranciato da un macchinario agricolo, invece di provare a salvarlo portandolo in ospedale. Un omicidio volontario con dolo eventuale quello per il quale la Corte d'Assise di Latina ha condannato il datore di lavoro della vittima, Antonello Lovato, per la morte di Satnam Singh, 31 anni, avvenuta nell'estate del 2024 dopo un grave incidente sul lavoro nell'azienda agricola dell'imputato a Borgo Santa Maria, nella campagna pontina.
La Procura aveva chiesto 22 anni, sostenendo che Singh avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere se fosse stato soccorso tempestivamente. Ma Singh, arrivato a Latina per lavorare, non aveva un contratto regolare e così l'imprenditore decise di non chiamare i soccorsi ma di caricarlo su un furgone e lasciarlo nei pressi della propria abitazione, con il braccio - amputato da un macchinario artigianale avvolgiplastica per meloni - poggiato in una cassetta della frutta. Mentre la moglie, impiegata nella stessa azienda, a bordo implorava di chiamare l'ambulanza. Furono invece i familiari a chiamare i soccorsi, ma era ormai troppo tardi: l'uomo morì in ospedale dopo due giorni di agonia. Il suo caso è diventato il simbolo del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, tanto che ieri davanti al palazzo di giustizia la Cgil ha organizzato un presidio a cui ha preso parte anche il segretario generale Maurizio Landini: «È necessario non solo che si faccia giustizia - ha detto - ma anche che emerga con chiarezza che non siamo di fronte a un caso individuale, bensì ad un sistema di fare impresa che secondo noi va contrastato».
La Corte ha riconosciute le circostanze attenuanti generiche e ha condannato Lovato al risarcimento dei danni alle parti civili, con provvisionali immediatamente esecutive fino a 120mila euro. «Quella di Singh è la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all'improvviso, ma lentamente», le parole della procuratrice aggiunta di Latina. Dopo di lei le arringhe difensive, prima che a prendere la parola fosse lo stesso Lovato: «Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo - la sua testimonianza - sono certo di non aver voluto la sua morte: credo nella giustizia e credo in questa Corte». Al centro del giudizio, infatti, c'era la valutazione relativa al dolo eventuale nel suo comportamento, che alla fine è stato riconosciuto. In aula c'erano i genitori di Satnam, insieme alla compagna Soni e ad altri braccianti che poi si sono radunati al presidio organizzato fuori dal tribunale. «Questa sentenza, pur non restituendoci Satnam, rende comunque in parte giustizia a lui e alla sua famiglia», le parole del sindaco Valentino Mantini, costituitosi parte civile con l'amministrazione comunale.

