Taranto resta ostaggio dei rinvii e di una giustizia lumaca che non decide. La Corte d'Appello di Milano si è riservata il verdetto sulla vicenda dell'Autorizzazione integrata ambientale dell'ex Ilva, senza fissare una data per la pronuncia. Potrebbe arrivare entro la fine di luglio, oppure slittare a settembre se i tempi della giustizia dovessero allungarsi ancora. Gli ennesimi supplementari che non fanno bene al fragile futuro dell'azienda appesa a una vendita che non entra mai nel vivo e ad una serie di incertezze legali determinanti: si tratta infatti di stabilire se il più grande impianto siderurgico d'Europa possa continuare a produrre oppure se rappresenti ancora un pericolo per la salute dei cittadini.
Il paradosso è evidente. Da un lato il Tribunale di Milano, con la sentenza di febbraio, ha riconosciuto che alcune prescrizioni ambientali dell'Aia erano carenti sotto il profilo dell'attuazione e dei tempi, imponendo un loro rafforzamento e fissando il 24 agosto come termine oltre il quale, in assenza di adeguamenti, dovrebbero partire le procedure per la sospensione dell'area a caldo. Dall'altro, quella stessa sentenza non è esecutiva perché è stata impugnata. Tutto è congelato quindi in attesa della Corte d'Appello. Il risultato è un limbo giuridico che dura da mesi e che non permette al governo di portare avanti una qualsivoglia cessione.
Difficile ipotizzare un verdetto: per i cittadini e le associazioni che hanno promosso il ricorso, l'impianto continua a rappresentare un rischio sanitario e ambientale. Per Acciaierie d'Italia (ex Ilva), invece, le prescrizioni vengono rispettate, la nuova Aia contiene ben 470 prescrizioni e non esisterebbero violazioni accertate dagli organi di controllo.
Da qualsiasi parte stia a questo punto la verità, ogni settimana che passa prolunga l'incertezza per i lavoratori, per gli investitori, per la città per le casse dello Stato e per i cittadini che da anni attendono una risposta definitiva sul rapporto tra produzione industriale e tutela della salute.
La vicenda dell'ex Ilva si trascina da oltre un decennio tra decreti legge, commissariamenti, sequestri, autorizzazioni ambientali, sentenze italiane ed europee. Nel frattempo si sono succeduti governi, amministrazioni straordinarie, piani industriali e nuovi acquirenti.
Anche per questo ieri i sindacati sono saliti sulle barricate autoconvocandosi a Palazzo Chigi per il 15 luglio. I segretari generali Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Davide Sperti denunciano il grave ritardo accumulato rispetto agli impegni assunti dal Governo nell'incontro del 5 marzo scorso, quando era stata assicurata alle organizzazioni sindacali una nuova convocazione entro il mese di marzo, una volta conclusa la verifica sulla solidità finanziaria del fondo americano Flacks.
«Migliaia di lavoratrici e lavoratori diretti, di Ilva in amministrazione straordinaria e del sistema degli appalti vivono una condizione di profonda incertezza e insicurezza, mentre restano irrisolti i nodi sul futuro industriale, produttivo e occupazionale del gruppo», spiega una nota delle sigle sindacali.

