Nel bagno di casa Vasciaveo è rinchiuso qualcosa di terribile e potente. Nilo ha tredici anni e non ha mai conosciuto altro che questo scantinato in cui vive e la lavorazione del marmo a cui la sua famiglia si dedica da sempre. La madre Agata, tirannica, la zia Rosi, e il deserto di Triscina, con il mare e i templi di Selinunte sullo sfondo. Quel «qualcosa» e il suo rapporto con Nilo (e la sua trasformazione, in seguito a un certo precipitare degli eventi) sono al centro di Il custode (Einaudi, pagg. 170, euro 16,50), il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti. Dopo l'esordio «cannibale» con l'antologia che uscì proprio trent'anni fa, da anni Ammaniti si muove fra la letteratura e il cinema: i romanzi Io non ho paura e Come Dio comanda sono diventati due film di Gabriele Salvatores, Anna una serie tv da lui stesso diretta ed è stato regista anche di un'altra serie, Il miracolo.
Niccolò Ammaniti, come nasce l'idea del Custode?
«La storia nasce per il mio incontro con Triscina, un paese strano, suggestivo, che mi ha colpito molto: in inverno, quando l'ho visitato, sembrava veramente dimenticato, con questo ammasso di case sorte senza piano regolatore, senza nemmeno un'idea di paese dietro, e però con questa spiaggia meravigliosa e non lontano dai templi e da Mazara, con il suo satiro danzante. È durante quel viaggio che si è sviluppato il nucleo della storia».
Chi è Nilo?
«Un bambino che vive in quel luogo, solo, abbandonato, con una famiglia che custodisce un mostro con cui però abita da sempre e che, quindi, ormai appartiene alla normalità. È la storia di una vita famigliare imperniata su qualcosa che fa paura ma con cui bisogna convivere e con cui i personaggi alla fine hanno costruito un rapporto molto intimo».
Come in altri suoi romanzi torna il tema dell'essere rinchiusi.
«È una mia ossessione. Tre libri sono legati da questo filo comune: Io e te, Io non ho paura e Il custode. Sono tutte storie di costrizione in cui i personaggi sono diversi e hanno paure sempre diverse. Qui c'è una casa, una struttura a guscio che nasconde un segreto millenario, che si spezza nel momento in cui questo ragazzino, diverso dagli altri, prova per la prima volta un'attrazione fisica, e allora assapora il gusto della libertà, la leggerezza di una gita in macchina, la sensualità di una donna».
Come mai l'ambientazione siciliana?
«È rimasta da Anna, che è un'esplorazione della Sicilia: si parte con un bambino che non può uscire perché fuori è pieno di mostri e poi viene rapito, così la sorella comincia la sua ricerca affannosa. Per la serie sono stato a lungo in Sicilia e mi sono imbattuto in luoghi meravigliosi, fra cui Triscina».
Tutto si tiene?
«Nella vita, alla fine, i fili che collegano le cose sono sotterranei ma evidenti, e così un libro è sempre la prosecuzione di un'altra storia: c'è sempre qualcosa che lega i romanzi, anche se spesso lo scopri dopo averli scritti, perché sotto c'è una necessità comune».
La sua qual è?
«Riuscire a tratteggiare personaggi vivi e inconsueti in situazioni paradossali o distopiche ma che, dentro di sé, portano verità e necessità che sono quelle del lettore. Se Nilo funziona è perché, nonostante la storia sia così surreale, lui è un ragazzo qualsiasi, che aspira a liberarsi dal guscio famigliare e a ottenere una libertà che non gli è mai stata data».
Si è affidato a qualche autore siciliano?
«No. Più che altro ho degli autori di riferimento per le descrizioni in generale: Conrad, Stevenson, Graham Greene, Simenon. Con pochi tratti pennellano i paesaggi, e i paesaggi sono la condizione necessaria per piantare i personaggi, che altrimenti restano sospesi e incorporei».
Con Il custode è tornato anche un po' al pulp dei Cannibali?
«No, non lo penso. Nel romanzo c'è della violenza, ma quello cannibale era un gusto dell'eccesso in cui la violenza e l'horror erano il sapore della narrazione. Qui non c'è neanche la sofferenza di chi muore, perché rimane pietrificato da uno sguardo, congelato».
C'è il mito?
«Questo sì. Il mito è stato la mia prima fonte di intrattenimento: le prime storie a cui mi sono appassionato erano quelle della mitologia, Circe, i Ciclopi, il viaggio di Ulisse, le Graie, il Minotauro... E ho scoperto i mostri, li sognavo, mi interessavano: è da quegli esseri sovrannaturali, chiusi in un labirinto, come il Minotauro, che ho iniziato a immaginare le mie storie. E poi le favole di Calvino con orchi e streghe».
Era attratto dai mostri?
«Mi attraevano e mi spaventavano. Frankenstein e le Graie: ho capito che quelle erano le storie che amavo e che producevano in me la mitopoiesi, la capacità di creare storie a mia volta».
Con Il custode tornerà al cinema?
«Non penso. Avevo immaginato questa storia proprio per farne un film, ma poi ho sentito che la mia scrittura potesse riempirla di maggiore profondità».
Ha altri progetti da regista?
«No, sto cercando di scrivere un grosso libro a cui lavoro da dieci anni. Dovrei concluderlo...».
Anche Il custode è un romanzo di formazione?
«Molti miei romanzi raccontano la metamorfosi dell'adolescenza, personaggi che si trasformano e diventano altro, imparando a loro spese che cosa significhi entrare nella vita e perdere l'adesione al guscio famigliare».
Perché è un tema così importante secondo lei?
«Credo sia un momento unico nella vita: pensi solo a quello che accade al nostro corpo. L'adolescenza è fondamentale».
La madre dice a Nilo che l'ingiustizia è il pane quotidiano.
«Imparare la differenza fra giusto e sbagliato è cruciale, altrimenti il rischio è di diventare persone violente e pericolose. Fa parte dell'adolescenza scoprire questa ingiustizia che appartiene alla vita, accettarla e comprenderla».
Come definirebbe il tono di questo romanzo?
«Non lo definirei, ma direi che ha qualcosa della tragedia greca. Una storia cupa, con spiragli di luce».

